IL RAPPORTO RISERVA/FLUSSO (Stock to Flow)

IL RAPPORTO RISERVA/FLUSSO (Stock to Flow)

Quello di oggi è un tema un po’ più impegnativo del solito, ma niente panico: lo affrontiamo insieme, passo dopo passo.

Nel precedente articolo abbiamo visto due esempi particolari di denaro: le pietre di rai e le perline colorate. Tienile a mente, perché tra poco ci torneranno molto utili per capire cosa succede quando un sistema monetario smette di funzionare.

Partiamo da una delle funzioni più importanti del denaro: essere una riserva di valore.

In pratica, il denaro serve anche a “conservare” ricchezza nel tempo. Non solo a scambiare beni oggi, ma anche a trasferire valore nel futuro. Per farlo, deve avere alcune caratteristiche abbastanza intuitive: deve essere durevole (non marcire o deteriorarsi), deve poter essere diviso o aggregato facilmente, e deve mantenere le sue proprietà nel tempo.

Fin qui tutto abbastanza semplice.

Il punto davvero cruciale, però, è un altro: quanto è facile produrne di nuovo?

Torniamo alle pietre di rai. Funzionavano come denaro non solo perché erano durevoli o “riconoscibili”, ma soprattutto perché erano difficili da ottenere. Venivano estratte e lavorate in isole lontane, trasportate con grande fatica e rischio. Questo le rendeva rare.

Se invece chiunque avesse potuto produrle in grandi quantità, il loro valore sarebbe crollato.

Questa idea si può riassumere così: un buon denaro deve avere un’offerta rigida, cioè difficile da aumentare. In altre parole, deve essere resistente all’inflazione.

Da qui nasce una distinzione molto utile:

  • hard money: denaro difficile da produrre

  • easy money: denaro facile da produrre

E qui arriviamo al concetto centrale di questo articolo: il rapporto stock-to-flow (riserva/flusso).

In modo molto semplice:

  • lo stock (riserva) è la quantità totale esistente di un bene

  • il flow (flusso) è quanto ne viene prodotto in un certo periodo (di solito un anno)

Se dividiamo stock per flow otteniamo un numero che ci dice quanto è “duro” quel bene come forma di denaro.

Più questo numero è alto, meglio è.

Facciamo un esempio molto terra terra.

Immagina 1000 perline colorate già esistenti, e che ogni anno ne vengano prodotte solo 2 nuove. Il rapporto è 1000 diviso 2: fa 500. Questo significa che la nuova produzione è praticamente irrilevante rispetto a ciò che già esiste. Quelle perline sono difficili da “inflazionare”.

Ora immagina invece 1000 sassolini, ma ogni anno ne vengono prodotti 200. Il rapporto è 5. Qui la situazione cambia completamente: ogni anno entra sul mercato una quantità enorme rispetto allo stock. Il valore dei sassolini tenderà a scendere.

È qui che si vede la differenza:

  • nel primo caso abbiamo qualcosa che si comporta come hard money

  • nel secondo caso siamo chiaramente nell’easy money

E questo ha conseguenze molto concrete. Se detieni un bene con alto stock-to-flow, hai molte più probabilità di mantenere il tuo potere d’acquisto nel tempo. Se invece il bene è facile da produrre, il tuo valore viene lentamente diluito.

Ora torniamo alle pietre di rai, perché qui la teoria diventa storia.

Nel XIX secolo, David O’Keefe (più che un semplice naufrago, era un commerciante irlandese-americano) iniziò a operare nell’isola di Yap, in Micronesia. Gli abitanti utilizzavano le pietre di rai come denaro, e non erano interessati alle valute occidentali.

O’Keefe capì una cosa fondamentale: il valore delle pietre stava nella loro scarsità, legata alla difficoltà di produzione.

Così fece qualcosa di geniale, ma allo stesso tempo distruttivo.

Usando navi moderne e strumenti più efficienti (non necessariamente esplosivi come spesso si racconta, ma tecnologie comunque molto più avanzate rispetto a quelle locali), iniziò a produrre pietre di rai molto più facilmente nelle isole di Palau e a portarle a Yap.

In pratica, aumentò drasticamente il flow (flusso).

All’inizio ci fu resistenza: alcune pietre venivano considerate meno “legittime” perché non prodotte secondo la tradizione. Ma col tempo iniziarono comunque a circolare.

Il risultato fu inevitabile: il sistema perse credibilità. Se le pietre potevano essere prodotte facilmente, non erano più una buona riserva di valore. Il loro stock-to-flow era crollato.

E con lui, anche il sistema monetario.

Qualcosa di molto simile accadde in Africa con le perline colorate, ma in modo più graduale.

A partire dal XV-XVI secolo, i commercianti europei iniziarono a importare enormi quantità di perline (spesso prodotte a basso costo, per esempio a Venezia). In molte regioni africane queste perline erano già usate come forma di denaro o comunque come bene di grande valore.

Il punto è che gli europei potevano produrle facilmente, mentre per le popolazioni locali erano relativamente rare.

Quindi cosa successe? Lentamente, l’offerta aumentò sempre di più. Ma non essendo immediatamente evidente, il processo fu meno traumatico rispetto a Yap.

Nel tempo, però, le conseguenze furono pesanti:

  • perdita di valore delle perline

  • scambi svantaggiosi (beni reali in cambio di qualcosa di facile da produrre)

  • impoverimento progressivo

Due storie diverse, stesso finale.

Quando qualcosa diventa facile da produrre, smette di funzionare come denaro.

E questa è forse la lezione più importante da portarsi a casa: il denaro “facile” non rende una società più ricca. Al contrario, tende a redistribuire ricchezza in modo poco trasparente e a erodere il potere d’acquisto nel tempo.

Nel prossimo articolo entreremo nel mondo dei metalli preziosi, dove questo discorso diventa ancora più interessante.

A presto!

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